La Corte d’Appello americana riapre il dossier sulla società cinese. Una vicenda che interessa anche Roma, dove i droni sono sempre più utilizzati per sicurezza, controlli, ambiente e produzioni audiovisive
Si riapre negli Stati Uniti il caso DJI, uno dei maggiori produttori mondiali di droni, inserito dal Dipartimento della Difesa americano nell’elenco delle presunte “aziende militari cinesi”. Una Corte d’Appello statunitense ha infatti disposto un nuovo esame della vicenda, accogliendo uno dei punti sollevati dal gruppo di Shenzhen.
DJI era entrata nella black list del Pentagono nell’ottobre 2022 e nel 2024 aveva avviato una causa contro il Dipartimento della Difesa. Dopo una prima decisione favorevole all’amministrazione statunitense nel 2025, la società aveva presentato ricorso.
La Corte d’Appello per il Circuito del Distretto di Columbia ha ora stabilito che il tribunale di grado inferiore aveva commesso un errore basandosi esclusivamente sulla documentazione non classificata per sostenere che DJI contribuisse alla base industriale della difesa cinese. Il caso torna quindi al tribunale per ulteriori procedimenti.
DJI ha definito la decisione “un passo significativo verso la correzione di una designazione ingiustificata”, ribadendo di essere un’azienda non militare e di condannare l’impiego dei propri prodotti nei combattimenti. Secondo la società, l’inserimento nella lista americana avrebbe inoltre provocato rilevanti danni commerciali e reputazionali.
La questione interessa indirettamente anche l’Italia e Roma. I droni sono ormai strumenti diffusi non soltanto nel settore audiovisivo, ma anche nel monitoraggio ambientale, nei controlli del territorio, nelle ispezioni delle infrastrutture e nelle attività di sicurezza. Nella Capitale e nel Lazio vengono utilizzati, nel rispetto delle limitazioni previste per lo spazio aereo, anche per il controllo di parchi e aree verdi e per individuare tempestivamente incendi e situazioni di rischio.
Il peso economico di DJI rende quindi la battaglia giudiziaria americana particolarmente significativa. Secondo i dati riportati dall’azienda, i suoi prodotti rappresentano oltre la metà del mercato statunitense dei droni commerciali e nel solo 2023 avrebbero contribuito per 515 milioni di dollari al settore agricolo degli Stati Uniti.
La decisione della Corte non chiude il contenzioso e non elimina automaticamente la designazione. Apre però una nuova fase di una disputa che riflette il confronto sempre più serrato tra Stati Uniti e Cina sulle tecnologie strategiche, dai semiconduttori all’intelligenza artificiale fino, appunto, ai droni.







