La sentenza è definitiva e segna un punto di svolta nella storia giudiziaria italiana. La Corte di Cassazione ha messo il sigillo finale a un processo che certifica, per la prima volta in modo irreversibile, una verità ormai incontrovertibile: a Roma la ’ndrangheta non si è limitata a infiltrarsi, ma ha messo radici, creando una struttura mafiosa pienamente riconosciuta.
Oltre cento anni di carcere complessivi sono stati inflitti a 14 imputati, con una condanna principale a 18 anni di reclusione. Con questa pronuncia si chiude definitivamente il capitolo processuale relativo a uno dei due tronconi dell’inchiesta che, a partire dal 2023, ha portato all’arresto di 43 persone tra appartenenti all’area militare e al braccio economico dell’organizzazione.
Secondo i giudici di tutti e tre i gradi di giudizio, non si trattava di un gruppo criminale occasionale né di una semplice proiezione affaristica calabrese nella Capitale, ma di una vera e propria articolazione territoriale della ’ndrangheta, un “Locale” autorizzato e riconosciuto dalla struttura centrale dell’organizzazione.
Il primo “Locale” ufficiale nella Capitale
L’elemento che rende la sentenza storica è proprio questo: Roma viene qualificata come sede di un Locale di ’ndrangheta, ossia un’unità territoriale dotata di autonomia operativa, ritualità, gerarchie e legami organici con la Calabria.
Le indagini hanno accertato che l’autorizzazione alla creazione di questa struttura sarebbe giunta dalla cosiddetta “Provincia” – nota anche come “Crimine” – l’organo collegiale che governa l’organizzazione mafiosa calabrese. Un’investitura formale, che avrebbe legittimato la nascita di una vera “filiale” della ’ndrangheta nel cuore della Capitale.
Le intercettazioni raccolte nel corso delle indagini parlano chiaro: Roma viene descritta come una “propaggine” della casa madre, non come un territorio autonomo o improvvisato. Un linguaggio che riflette piena consapevolezza dell’appartenenza mafiosa e del vincolo gerarchico con la Calabria.
La struttura: controllo e affari
Il modello organizzativo emerso è quello tipico della ’ndrangheta moderna: una direzione criminale affiancata da un solido comparto economico-imprenditoriale.
Da un lato, l’area più strettamente mafiosa, incaricata di mantenere i rapporti con le strutture calabresi, gestire il rispetto delle regole interne e garantire il controllo del territorio. Dall’altro, un articolato sistema di imprese e attività commerciali utilizzate sia come fonte di profitto sia come strumento di riciclaggio.
I settori coinvolti spaziano dalla panificazione alle pasticcerie, fino al commercio del pesce e ad altre attività apparentemente ordinarie, ma ritenute strategiche per la capacità di generare liquidità e consenso sociale. A questi si aggiungono reati di particolare gravità economica: truffe ai danni dello Stato, intestazioni fittizie di beni, riciclaggio e peculato, spesso aggravati dalla finalità di agevolare l’associazione mafiosa.
Un percorso iniziato anni prima
Secondo la ricostruzione giudiziaria, tutto ha origine dopo la scarcerazione di un esponente di vertice proveniente da una storica famiglia calabrese. Dopo aver scontato una lunga pena detentiva in regime di massima sicurezza e senza mai collaborare con la giustizia, l’uomo si trasferisce a Roma.
In breve tempo, forte del prestigio maturato anche in carcere, riesce a ottenere l’autorizzazione necessaria per avviare la nuova struttura. Da quel momento, la presenza della ’ndrangheta nella Capitale assume un carattere stabile e organizzato, ben diverso da quello di una semplice base logistica o di affari.
Il valore della sentenza
La decisione della Cassazione ha un peso che va ben oltre i singoli imputati. Sul piano giuridico, elimina ogni ambiguità: la ’ndrangheta a Roma esisteva come associazione mafiosa in senso pieno, con tutti i requisiti previsti dall’articolo 416 bis del codice penale.
Sul piano investigativo e giudiziario, la sentenza rappresenta un precedente fondamentale. D’ora in avanti, sarà più semplice per le procure qualificare come mafiose realtà simili operanti nei grandi centri urbani, anche in assenza di un uso sistematico della violenza, quando emergano il vincolo associativo, il metodo e il riconoscimento da parte dell’organizzazione madre.
Infine, sul piano sociale ed economico, il verdetto apre la strada a ulteriori approfondimenti sugli appalti, sui fondi pubblici e sulle attività imprenditoriali che hanno costituito il vero terreno di espansione dell’organizzazione.
Per uno dei due gruppi coinvolti, quello più strettamente mafioso, la partita giudiziaria è ormai chiusa. Per il filone imprenditoriale, invece, la sentenza di primo grado è attesa nei prossimi mesi. Ma una cosa è certa: da oggi Roma non può più essere considerata un territorio “neutro”, bensì un luogo in cui la criminalità organizzata calabrese ha dimostrato di sapersi insediare, strutturare e prosperare.
La Cassazione ha messo il punto fermo. Ora la sfida si sposta sul terreno della prevenzione e della tutela dell’economia legale.







